Spazio e tempo nella società moderna

«La funzione principale di una città è di trasformare il potere in strutture, l’energia in cultura, elementi morti in simboli viventi di arte, e la riproduzione biologica in creatività sociale.»

(L.Munford 1895–1990, urbanista e sociologo statunitense)

La nostra società ha un rapporto sregolato col tempo. Siamo travagliati da una profonda contraddizione; per sopravvivere e prosperare (per essere moderni) dobbiamo proiettarci sempre più nel futuro, eppure siamo senza progetto. Le nostre città (le città europee) da alcuni decenni sono anche esse proiettate verso uno sviluppo crescente, verso l’infinito. Hanno adottato il tempo vettoriale, travolgendo i secolari confini.

 

Senza confini urbani, la campagna è diventata essa stessa città, città diffusa. Così la campagna sta diventando, specie in Italia, la più grande area dismessa, assieme alle zone industriali.

Senza campagna non c’è città. Senza progetto non c’è futuro. Le relazioni che intercorrono tra campagna e città in un dato contesto e territorio ne influenzano lo sviluppo socio-economico, soprattutto per ciò che concerne la sostenibilità.

I piani a lungo termine sono crollati. Il mercato del lavoro ha assunto le misure del mondo, è diventato globale. Le nuove tecnologie impongono alla società la logica del tempo reale e l’orizzonte del breve termine. Alla tirannia dell’immediatezza, corrisponde la tirannia dell’emergenza.

L’emergenza impedisce la prospettiva del tempo lungo, è la negazione attiva dell’utopia. Invece di essere un dispositivo transitorio, la logica dell’emergenza diventa permanente. Ovunque l’uomo di oggi si arroga dei diritti sull’uomo di domani, minaccia il benessere, l’equilibrio e a volte la vita. La miopia territoriale della nostra epoca si traduce in amnesia del passato, anche prossimo, e in una incapacità di iscriversi in un futuro sensato.

Bisogna porre le basi per un’etica del futuro, è necessario prevedere per prevenire. Un’etica del futuro impone di mettere in discussione le modalità operative basate sul rifiuto della prospettiva. Se non si interviene in tempo, le generazioni future non avranno il tempo di agire. Oggi, in mancanza di un legame vivo fra passato e avvenire, ogni riferimento alla tradizione è condannato ad apparire come una rigidità ideologica, come un fondamentalismo repressivo, mentre i progetti per il futuro assumono la forma svalorizzata dell’utopia. E’ giunto il momento di strutturare il tempo. L’etica del futuro è un’etica del tempo che riabilita sì il futuro, ma anche il presente e soprattutto il passato. Non è rimandata al futuro delle calende greche, appartiene al qui e ora, perché esista un qui e ora anche dopo di noi.

Al tempo vettoriale corrisponde un’incalzante sviluppo dell’urbanizzato. La città si diffonde e la campagna sparisce. Il paesaggio, come la città, ha sempre avuto una propria individualità, una sua inconfondibile anima. Ha peculiari caratteristiche fisiche, ambientali, e di struttura, formate dall’intervento umano. Il paesaggio e la città hanno una loro storia, una loro precisa identità e singolarità. Il carattere della montagna non può sopportare di essere urbanizzato secondo il metodo e il ritmo della periferia urbana.

Per lungo tempo, le differenze fra un luogo e l’altro riflettevano e caratterizzavano le diverse culture urbane e territoriali. Erano differenze economiche, etniche, culturali, ideologiche, linguistiche. Erano differenze, ma non con un valore di sottrazione, bensì con l’accezione di valorizzazione di ogni singola identità territoriale.

 

(di Angelo Arch.Lanzetta, parte 1 di 2)

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