Spazio e tempo nella società moderna

«Così una città è tale prima ancora che sia costruita e non è tale soltanto perché sono sorti edifici pubblici: una città è, o poteva essere, prima ancora che fosse posta la prima pietra»

(G.Michelucci 1891 – 1990, architetto)

Città e paesaggio si distinguevano per le loro diverse identità. La perdita di identità, di singolarità, di diversità, ossia la perdita delle radici storico-culturali, ha esaltato quella che i filosofi chiamano territorializzazione.

I nostri occhi spesso non vedono. Tanto meno riescono ad ascoltare.

Quando guardiamo le sculture che ornano sontuosi portali di cattedrali romaniche o gotiche rimaniamo incantati dalla suggestione artistica delle immagini. A volte riconosciamo quasi subito un santo, un evangelista o una qualsiasi figura religiosa o no che sia. Però, difficilmente sappiamo riconoscere ciò che esse rappresentano, sappiamo comprendere il loro autentico significato liturgico e simbolico. Di fronte a certi capitelli misuriamo la forza espressiva delle figure, pensiamo agli artisti di quei secoli lontani e li consideriamo bizzarri quanto fantasiosi. Quasi primitivi. Non comprendiamo il senso di quelle immagini e dei relativi ornamenti. Non comprendiamo il sistema strutturale di spinte e controspinte degli archi a sesto acuto e neppure riusciamo a cogliere le misure e le proporzioni che delimitano le superfici e lo spazio.

 

Di fronte a certi fabbricati pensiamo ad arretratezze tecniche e a follie decorative. E sbagliamo; non c’è in essi nessuna fantasia sfrenata, nessun arbitrio artistico. Teste e figure di santi, animali o esseri fantastici, ornamenti vegetali, scene mitologiche o avvenimenti biblici non furono disposti a piacere nello spazio.

Una severa e consapevole volontà ordinatrice suddivise ingegnosamente le superfici verticali e orizzontali secondo un piano (un progetto, nel senso letterale del termine) ben congegnato. Dimentichiamo che per la mistica medievale europea era d’obbligo ricercare nel senso e nel ritmo il significato intimo delle umane cose. Si operava di fatto per quella fusione dei sensi dell’udito e della vista che gli antichi cinesi definivano “luce degli orecchi“. Che è come dire; ascoltiamo le pietre che cantano. Ovvero; il suono degli occhi. Il mondo visibile e tangibile era retto da un insieme di parametri che facevano riferimento alla policromia, alla polifonia e alla poliritmia.

Dunque un obiettivo è quello di mantenere ciò che resta ancora integro. Restaurare e ripristinare non con interventi mimetici, bensì ristabilendo le condizioni originarie dei luoghi deturpati; la terra bonificata, deve tornare valle, il bosco deve tornare ad essere un bosco. Si continui pure a disquisire su “ambiente naturale” e “paesaggio“, ma non si dimentichi però che l’ambiente naturale e il paesaggio sono parte integrante di noi stessi. Se li distruggiamo, perdiamo noi stessi e il nostro essere più profondo.

 

(di Angelo Arch.Lanzetta, parte 2 di 2)

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